{"id":540,"date":"2000-02-16T00:00:00","date_gmt":"2000-02-16T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/interviste.sabellifioretti.it\/?p=540"},"modified":"2010-09-29T14:36:59","modified_gmt":"2010-09-29T14:36:59","slug":"mimmo-candito-ladige","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/interviste.sabellifioretti.it\/?p=540","title":{"rendered":"Mimmo C\u00e1ndito"},"content":{"rendered":"<p>C&#8217;&egrave; un plotone che va in guerra e non fa la guerra. Ha i suoi eroi, le sue vittime, le sue canaglie. Sono i reporter di guerra, professione inventata da William Russel che nel 1854 fu inviato dal Times, l&#8217;autorevole quotidiano di Londra, alla guerra di Crimea. Scriveva con la penna d&#8217;oca. Oggi, l&#8217;ultimo inviato di guerra sta scrivendo da qualche sperduta area africana e manda i suoi pezzi con un modernissimo telefono satellitare. Ci sono migliaia di reporter di guerra. Solo quelli italiani impegnati nell&#8217;ex jugoslavia erano ottanta. Per la guerra del Golfo si era arrivati a quota 150. Alcune di queste guerre hanno anche fatto molti morti fra la truppa dell&#8217;informazione. 64 morti in Vietnam, 48 a Beirut, 86 nella ex Jugoslavia. &quot;I reporter di guerra sono dei figurini che mangiano a sbafo le razioni dei soldati&quot;, diceva sir Carnet Wolseley nel 1869 per protestare contro l&#8217;intrusione dei giornalisti in quella che doveva essere solo una questione fra militari. Oggi non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;. Oggi la stampa &egrave; ammessa al fronte, ma non sempre la verit&agrave; trionfa. &quot;La prima vittima della guerra &egrave; la verit&agrave;&quot;, diceva Arthur Ponsonby in &quot;Menzogne in tempo di guerra&quot;. Ne parlo con Mimmo C\u00e1ndito, inviato della Stampa, docente di linguaggio giornalistico all&#8217;Universit&agrave; di Torino, uno che di guerre ne ha fatte proprio tante.<!--more--> E che qualche mese fa ha raccolto le sue esperienze, di universit&agrave; e di guerra, nel libro &quot;Professione: reporter di guerra, storia di un giornalismo difficile, da Hemingway a Internet&quot; (Neri Pozza).<\/p>\n<p>William Russel era il primo reporter di guerra. Ed era considerato un intruso. Ma prima chi faceva la cronaca delle guerre?<\/p>\n<p>Gli ufficiali. E raccontavano cose eroiche, retoriche, mitiche. E dicevano: come siamo bravi. Non raccontavano che la gente moriva, che gli ufficiali erano incompetenti, che c&#8217;era corruzione, che si mandavano i soldati a morire come carne da macello. Quando arriv&ograve; William Russel, mandato dal Times, cominci&ograve; a scrivere tutto. E ruppe la verit&agrave; codificata. <\/p>\n<p>Di tempo da allora ne &egrave; passato. Oggi i reporter di guerra sono pi&ugrave; o meno liberi di scrivere la verit&agrave;?<\/p>\n<p>Oggi il reporter di guerra &egrave; pi&ugrave; o meno libero di una volta?<\/p>\n<p>Certamente meno libero di una volta. La strumentazione elettronica che hanno in mano dovrebbe consentire loro una possibilit&agrave; di intervento come mai nessun giornalista nella storia. In realt&agrave; le strutture che ci sono stanno abituando il giornalista ad essere pigro, a subire l&#8217;informazione preparata.<\/p>\n<p>Che cosa &egrave; l&#8217;informazione preparata?<\/p>\n<p>Un sistema per ovviare al fatto che la censura non &egrave; pi&ugrave; possibile perch&eacute; l&#8217;elettronica ti consente di fare quello che vuoi. Oggi c&#8217;&egrave; il news management. Cio&egrave;: i militari ti forniscono 150 brochures e ti dicono tutto di tutto. E allora tu che sei un giornalista pigro, passi quello che ti danno loro. E lo fai passare come verit&agrave;, non lo vai a verificare. Ecco, questo &egrave; il controllo indiretto dell&#8217;informazione senza usare la censura. E spesso non sono nemmeno i militari direttamente a fare questo. Le grandi operazioni massmediologiche di guerra sono state recentemente condotte da grandissimi uffici pubblicitari americani.<\/p>\n<p>Ci vuole per&ograve; la complicit&agrave; del giornalista pigro. E&#8217; vero che ai giovani giornalisti nessuno insegna a non essere pigri, ma io ricordo anche che da sempre molti giornalisti di guerra sono stati criticati perch&eacute; svolgevano il loro compito bevendo Martini sul bordo della piscina dell&#8217;Hilton locale.<\/p>\n<p>Certo, certo. Le canaglie ci sono sempre state e io non le difendo. Ma uso il giornalista di guerra come strumento per affermare alcuni principi fondamentali del giornalismo, perch&eacute; l&igrave; si realizzano al punto pi&ugrave; alto: il rapporto con la fonte. E per ribadire un postulato: unica fonte nessuna fonte. <\/p>\n<p>Sembra un libro pessimista.<\/p>\n<p>E&#8217; moderatamente speranzoso. Ma nella lettura del reale &egrave; certo pessimista. Ancora oggi io, uando vado in guerra, oltre a firmare un foglio di carta in cui mi chiedono dove va trasferito il mio cadavere in caso di morte, firmo anche una serie di misure dirette a imbrigliare la libert&agrave; del cronista. Non posso parlare con nessuno senza autorizzazione. Non possono nemmeno scrivere dove mi trovo.<\/p>\n<p>Sono misure di sicurezza. Anche se mi riesce difficile pensare che il &quot;nemico&quot; legga il Corriere della Sera per sapere dove sono dislocate le truppe.<\/p>\n<p>Oggi il generale Carlo Jean, che &egrave; il nostro rappresentante presso l&#8217;Organizzazione della Difesa Europea, dice che i giornalisti sono l&#8217;organo pi&ugrave; importante della guerra. <\/p>\n<p>I giornalisti sono pigri, i direttori non capiscono nulla di affari esteri, gli editori lamentano spese enormi?<\/p>\n<p>Una volta non era cos&igrave;. Diventavano direttori i grandi corrispondenti dall&#8217;estero, i grandi inviati. Adesso diventano direttori quelli nati all&#8217;interno del Palazzo. I politici. Ezio Mauro, Marcello Sorgi, Paolo Mieli, Enrico Mentana, Ferruccio De Bortoli, Paolo Graldi, Pietro Calabrese, Paolo Liguori. Il direttore &egrave; un gestore di risorse e non pi&ugrave; giornalista. E&#8217; un amministratore.<\/p>\n<p>E i costi?<\/p>\n<p>I costi sono paraventi, scuse. Puoi realmente pensare che nel bilancio di un giornale incida un inviato a Sarajevo? Sempre pi&ugrave; prende piede il principio che la velocizzazione dell&#8217;informazione &egrave; pi&ugrave; importante della qualit&agrave; dell&#8217;informazione. Tutto subito, che sia vero o verosimile. Paolo Mieli, quando era direttore, fece un&#8217;ordine di servizio nel quale diceva: quando venite in possesso di una informazione, datela, anche se non potete verificarla, il giorno dopo si vedr&agrave;. Questa &egrave; la negazione del lavoro del giornalista.<\/p>\n<p>Chi &egrave;, a tuo giudizio, il pi&ugrave; grande fra voi?<\/p>\n<p>Egisto Corradi viene considerato il maestro di tutti noi. Era uno che diceva: &quot;Vedere &egrave; essenziale. Per vedere bisogna scarpinare&quot;.<\/p>\n<p>Anche Ettore Mo dice: &quot;O vedo o me ne vado&quot;.<\/p>\n<p>Ha ragione. Bisogna combattere in tutte le maniere l&#8217;informazione omologata, quella di quei direttori che aspettano il telegiornale per stabilire che cosa mettere in prima pagina. <\/p>\n<p>In guerra hai mai avuto paura vera?<\/p>\n<p>Certamente. Come tutti. Quando ti scoppia un obice accanto e fai un volo di 15 metri, come mi &egrave; successo una volta a Beirut, non puoi fare tanto il coraggioso. Poi per&ograve; alla paura ti abitui.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;&egrave; un plotone che va in guerra e non fa la guerra. Ha i suoi eroi, le sue vittime, le sue canaglie. Sono i reporter di guerra, professione inventata da William Russel che nel 1854 fu inviato dal Times, l&#8217;autorevole quotidiano di Londra, alla guerra di Crimea. Scriveva con la penna d&#8217;oca. 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