Vasa vasa. Ovvero Totò Cuffaro. Sì proprio lui, quel Presidente della Sicilia, abile dispensatore di baci a fini clientelari, che al vertice del suo fulgore rimase impelagato in drammi giudiziari che alla fine lo portarono in prigione. Avventura che affrontò con coraggio e dignità, senza urlare al complotto della magistratura, come consuetudine dei politici, senza scappare, come consuetudine di molti personaggi importanti, addirittura presentandosi in anticipo all’appuntamento con le sbarre prima ancora che qualcuno lo andasse a prendere. Come non fa nessuno. Io lo intervistai due volte, la prima quando era potente, prima dei processi, la seconda quando non contava più nulla, al ritorno dei cinque anni di carcere. Questa è la terza volta. Sulla elegante e moderna piattaforma di Clubhouse, nella room “Cazzoni stonati”, bene frequentata dai miei amici profondi e leggeri che mi seguono in questa rivisitazione delle vecchie interviste di una ventina di anni or sono. Rivisitazione, o meglio, intervista sull’intervista, o come l’abbiamo chiamata, “metaintervista”. In sostanza un tagliando sulle persone e sulle idee e sul tempo che passa. Le domande sono quelle di una volta ma le risposte a volte sorprendono. Cominciamo dalla caratteristica principale di Totò, il clientelismo.

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[csf ::: 16:54] [Commenti]
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Barbara Alberti - (letta 1.556 volte)

Ha cominciato dicendo: “Non ho memoria”. Poi ha ricordato episodi lontanissimi nel tempo: come un fiume in piena, perdendo continuamente il filo del discorso. Un continuo procedere per sbalzi in avanti e improvvisi ritorni. Virate improvvise, accelerazioni violente, risate squillanti. Barbara Alberti è matta, felicemente, gioiosamente pazza. Trucca il suo passato ma lo trucca in peggio. Ha pudore della generosità, dell’intelligenza e racconta tutto ciò che la fa apparire nella luce peggiore. Una forma perversa di narcisismo. Difficile starle dietro. La velocità folle delle sue frasi non è confusione, è grande voglia di comunicare, supremo trionfo del dubbio. Sfido chiunque a prendere appunti mentre lei parla. Ma il registratore mi restituisce due ore di pensieri disordinati, di domande affannose, di parole fuori dal coro: un concentrato di eresia. Cominciamo dalla rubrica di corrispondenza con le lettrici che cura da 15 anni sul settimanale “Amica”. Dice: “Ma come si fa a tenere per tanti anni una rubrica di lettere d’amore? Ci vuole una bella tempra di maniaco per non stancarsi di un rapporto così intimo e losco, da confessionale, da pisciatoio, da treno”.

Ci vuole una bella presunzione.

Ci vuole una bella faccia tosta.

Ci vuole che ci spieghi perché lo fai.

Quella rubrica è diventata parte della mia vita sentimentale. Io rispondo come risponderebbe un’amante.

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[csf ::: 23:15] [Commenti]
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