Totò Cuffaro - (letta 1,801 volte)

Totò Cuffaro libero: “Per cinque anni a Rebibbia ho parlato col water. Questo Pd mi ricorda la Dc: voterei per Renzi”

L’ex governatore siciliano racconta l’arresto e la detenzione – dopo la condanna per favoreggiamento a Cosa Nostra – finita il 13 dicembre. “Ho passato notizie alla mafia, ma non volutamente. Cercavo solo di proteggermi. La foto dei cannoli è un falso: non li offrivo, ma li portavo via”. E ancora: “Non potrò mai più andare alle urne, eppure sono stato ‘rieducato’. Un consiglio al premier: meno spocchia”

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Gianni Boncompagni - (letta 1,470 volte)

Quando Gianni Boncompagni ha compiuto 60 anni, io l’ho intervistato. Quando ha compiuto 70 anni, io l’ho intervistato. Adesso compie 80 anni ed io lo intervisto. Sono il metronomo dei suoi decenni. Il testimone del suo tempo che passa.

Ci diamo l’appuntamento per i novant’anni?

“Che cosa?”

Ci arrivi a novant’anni?

“Non lo so”.

Qualcosa di più preciso?

“Sì, sì, sì… spero di sì. Malamente, ma sì. Ci arrivo ai novant’anni”.

Facciamo anche l’intervista dei cent’anni?

“Me l’immagino. Noi due, sul divano, rincoglioniti… senza capire niente…tutte e due totalmente sordi…come? Come?”

Il bilancio della tua vita in una frase?

“Divertente.”

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Niccolò Ghedini - (letta 28,102 volte)

«Sono leggendari i suoi scontri con Marco Travaglio ad Annozero. Praticamente un format. Travaglio cita una sentenza per dire che Berlusconi è un criminale. Lui parte in una difesa appassionata scartabellando faldoni. Travaglio insiste. Lui si incaponisce. I toni si alzano. Santoro osserva felice. Le voci si sovrappongono. Finché lui, esasperato, urla «mavalà». Niccolò Ghedini, 50 anni, potente avvocato di Silvio Berlusconi, dice però che «mavalà» non è un suo intercalare abituale. «L’ho usato solo in una trasmissione. Ripetutamente. Ho esagerato. E mi è rimasto appiccicato addosso. Era un gesto di sconforto. Travaglio continuava a dire una cosa sbagliata. E allora mi veniva da dire: “Ma dai, basta, non è possibile!” È uscito “mavalà!”. Colpa mia. Ma ero disperato».

Claudio Sabelli Fioretti: Ora è per tutti Nicolò «Mavalà» Ghedini. Grazie a Travaglio…

Niccolò Ghedini: «A me Travaglio non dispiace. In trasmissione vorrei gettargli il Codice addosso. Ma è un professionista notevole. Una volta su cento ha ragione. E mi fa riflettere. Le sue critiche sono in buona fede, anche se dice cose disancorate dalla realtà dei dati processuali».

Ma è uno dei pochi che legge le sentenze…

«Se estrapoli solo la parte che ti piace, mistifichi la realtà. Lui non fa il giornalista, fa l’avvocato di parte civile. Però…»

Però?

«Non mi è antipatico».

Travaglio ha detto: «Ghedini è duro ma sportivo, non sfugge al confronto. È coraggioso».

«A me piace confrontarmi con lui».

Quante volte è andato ad Annozero?

«Una decina».

E Santoro?

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Don Luigi Verzè - (letta 10,846 volte)

Lo chiamano anche “il Berlusconi di Dio” non si sa bene perché. Forse perché è amico del premier ed è prete. Forse perché ha messo in piedi dal nulla un impero, il San Raffaele, 700 medici, 1300 infermieri, 60 mila ricoveri all’anno. Don Luigi Verzé ha combattuto battaglie senza quartiere con politici e magistrati, con amministratori e prelati. Non ha avuto paura di mettersi di traverso a papi e cardinali. Un personaggio che non lascia indifferenti. E’ stato amico di Craxi e nemico di Montini. L’attuale papa non scatena il suo entusiasmo. Però le curie che lo hanno combattuto aspramente per anni ora lo accettano e lo rispettano. Ha appena compiuto novant’anni ma non accenna a diventare malleabile.
 
Eccoci qua, don Luigi.
 
“Lei fa le domande, io do le risposte. Facciamo così?”
 
E’ un’intervista.
 
“Secondo me lei sa già tutto di me”.
 
Da ragazzo la chiamavano “piloto”.
 
“Che ne sa lei del piloto?”
 
Io di lei so tutto.
 

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Angelo Rizzoli - (letta 11,180 volte)

Era l’erede di una delle famiglie più in vista della borghesia milanese, i Rizzoli. Figlio di Andrea, nipote di Angelo, lo chiamavano Angelone per via di una stazza piuttosto notevole. A 30 anni era uno degli editori più importanti d’Europa. A 40 anni, travolto dallo scandalo della P2, dalle difficoltà dell’azienda e dallo scandalo del Banco Ambrosiano, finì in galera dove rimase per tredici lunghi mesi.
Ne uscì prosciolto prima ancora del processo. Ma la sua famiglia era ormai distrutta, la moglie Eleonora Giorgi l’aveva lasciato, la casa editrice era definitivamente persa. Con una violenza inaudita la tragedia si era abbattuta su di lui già minato da una malattia terribile, la sclerosi multipla, che minacciava di portarlo velocemente, nel migliore dei casi, su una sedia a rotelle.
Oggi Angelo Rizzoli ha 55 anni. Zoppica leggermente, non usa bene il braccio destro e non vede dall’occhio sinistro. Ma è intellettualmente vivace e fisicamente vitale. Abita in una bella casa romana ai Parioli con stupenda vista su Monte Mario e su Villa Balestra, insieme a Melania, la moglie dottore, e i figli Arrigo e Alberto che si sono aggiunti ad Andrea, il figlio grande avuto da Eleonora. Alle sue cene si possono incontrare spesso politici, giornalisti e manager dei circoli romani, da Del Turco a Diliberto, da Tatò a Gianni Letta, Manzella, Maccanico, Calabrese, Celli, Mentana. Ma Milano, la città che lo vide protagonista, da giovane studente prima e da importante imprenditore poi, è solo un ricordo. Anche Angelo Rizzoli appartiene alla generazione dei cinquantenni. Durante il ’68 aveva 24 anni. Anche lui è uno che non sa invecchiare? Direi proprio di no. Forse è stato un ragazzo viziato dal potere e dalla ricchezza, questo si.

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Fedele Confalonieri - (letta 10,080 volte)

Presidente, mi tolga una curiosità cretina: come si pagano 750 milioni di euro? Un bonifico? Un assegno? Dodici comode rate mensili?

“Non lo so…se dovremo… un bonifico…guardi…è scandalosa questa roba qui. Una questione di vent’anni fa sulla quale c’era già stata una spartizione voluta dai politici. Berlusconi aveva comprato la Mondadori. Andreotti e Craxi gli dissero: “Non pensare di avere tutto dopo aver avuto le tre reti. Il signor De Benedetti si prende Espresso, La Repubblica e la Finegil. Tu il resto”“.

Una sentenza dice che un magistrato è stato corrotto…

“Corrotto non da Berlusconi”.

La magistratura vi perseguita…

“Centinaia di perquisizioni…”

Un serial killer potrebbe dire: “Ce l’avete sempre con me?” Il magistrato risponderebbe: “Non sono io che ce l’ho sempre con te. Sei tu che sei seriale”.

“Io sono incensurato. Ma sono stato il primo messo sotto scopa dai magistrati…”

Quei famosi 300 milioni di lire…

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CLAUDIO SABELLI FIORETTI: Che voto ti sei dato come presidente della Repubblica?

FRANCESCO COSSIGA: Una grande insufficienza. Sono stato il peggior presidente della Repubblica nella storia italiana.

Il peggiore?

Assolutamente sì. Sono quello che ha combinato di meno. Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un velleitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale.

Perché?

In Italia il presidente della Repubblica o ha una forza politica dietro di sé oppure lo massacrano. E io non contavo nulla.

Tutti parlavano di te…

La mia presidenza è stata interessante. Per i giornalisti. Lo è stata per i linguisti. Sono state fatte due analisi del mio linguaggio, da parte di filologi, con l’aiuto di grandi società come l’Ibm. Clinton mandò un esperto a studiare la tecnica del mio parlare.

Ti aveva candidato De Mita.

Io giudico un grande errore l’avermi eletto presidente della Repubblica e considero una grande colpa non aver rifiutato l’offerta che mi fece De Mita. Quando De Mita mi telefonò per dirmi che mi candidava io ero in Spagna. Feci subito partire un diplomatico da Barcellona sull’ultimo aereo, con una lettera di quattro pagine in cui gli spiegavo perché era un errore farmi presidente.

C’è stato qualche altro presidente pessimo?

Era considerato pessimo Giovanni Leone. Ma adesso l’hanno riabilitato. Giustamente.

Ma secondo te?

Chi ha creato pasticci è stato certamente Gronchi. Volle fare il presidente presidenziale senza esserlo, e senza avere un sufficiente appoggio da parte del suo partito. Deve esser chiaro che in un regime parlamentare non bisogna attribuire incarichi di vertice a persone che non abbiano una propria forza, che non possano contare sul proprio partito o sull’appoggio dell’opinione pubblica.

Tu eri considerato un sovversivo…

Per le cose che dicevo. Ma anche Napolitano è su quella strada lì. Anche Napolitano è un picconatore come me. È anche lui un sovversivo?

Hai continuato a picconare anche dopo… Veltroni il Gatto Felix, con le guance alla zuava, che faceva la guerra al governo D’Alema…

Mi divertivo, ma poi chiedevo scusa. Io non contavo  niente… Per questo mi hanno dato sempre tanti incarichi. Perché non contavo niente.

Troppa modestia. Fai carriera perché non conti niente…

Proprio così. Io sono sempre stato scelto perché non contavo niente, non ero appoggiato da nessuno, non facevo paura a nessuno. Come quando nominano un nero, presidente di una società americana. Lo nominano perché non conta niente. Io sono il nero della politica italiana.

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Giovanni Minoli - (letta 9,896 volte)

E’ forse l’uomo che, in Italia, ne sa più di tutti di televisione. Giovanni Minoli. Ha inventato o portato al successo Mixer, Un posto al sole, Report, Turisti per caso, Blitz, Quelli della notte…Ogni tanto lo propongono per la direzione generale. Poi niente. Anche questa volta. Niente. Dice: “Torno nelle catacombe”. Nelle catacombe, dove fa programmi che vanno nella notte tarda o al mattino presto. Come si sta nelle catacombe? “Nemmeno male”, dice. “Dalle catacombe sono usciti uomini che qualcosa hanno fatto nella storia del mondo”. Ogni tanto ti tirano fuori…“Quando hanno bisogno di qualcosa che costi la metà e renda il doppio”. Comunque lavori… “Lavoro? Agrodolce, la lunga serialità siciliana, fa quasi gli ascolti di “Un posto al sole”. “La storia siamo noi” è arrivata al 21% di share”.
 
Narciso come al solito. Lo dicono tutti: Minoli è un narciso.
 
“Sai che cosa ho fatto una volta per capire se ero narciso? Ho smesso di fare Mixer. Ho deciso di non andare in onda per capire se ero libero da questa droga”.
 
Eri libero?
 
“Ero libero. Ce l’ho fatta a vivere senza Mixer”.
 
Non sei narciso.
 
“Forse lo sono. Ma è una cosa che riesco a gestire. Ho sempre avuto la consapevolezza che è lei, non sono io, la matrice della fama”.
 
Lei chi?
 
“Lei, la televisione”.
 
Se sei un divo la colpa è della tv…
 
“Non sono divo. Niente mondanità e niente feste”.
 

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Dario Franceschini - (letta 25,188 volte)

Doveva essere un segretario di transizione. Si pensava: il congresso del Pd, ad ottobre, sancirà la nuova leadership di Pier Luigi Bersani. Ma adesso non ci giura più nessuno, nemmeno lui. Dario Franceschini ha assunto la guida del Pd con un piglio che somiglia molto ad una autocandidatura. Con il suo decisionismo dichiarazionista, antiberlusconiano e soprattutto di sinistra, è apparso subito come un raggio di speranza a tutti quelli che erano affranti dalla “mollezza” di Veltroni e dalla litigiosità di tutti gli altri, tanto da far pensare che fra qualche mese potrebbe essere proprio lui a prendere la guida del partito erede degli ex Pci e degli ex Dc.

Un ex Dc che guida ex Pci…
«Fino a qualche mese fa c’era un ex Pci che guidava ex Dc. Ma ci sono milioni di elettori che non sono né ex Pci, né ex Dc. Tutti quelli che hanno meno di 36 anni non possono avere votato né Dc, né Pci, perché, quando hanno cominciato a votare, questi due partiti non esistevano più. Alle primarie che hanno eletto Veltroni hanno votato tre milioni e mezzo di persone. Gli iscritti ai Ds e alla Margherita erano un milione. Più di due milioni di italiani si sono dichiarati fondatori del Pd senza venire dai due partiti».

Fa comunque impressione.
«Quelli della mia generazione vivevano un mondo diviso in blocchi. Ma con la consapevolezza che qualcosa li univa: la Resistenza, la Costituzione, la lotta al terrorismo, la crisi… Moro e Berlinguer avevano preparato il terreno. Alla fine sono confluiti nella stessa alleanza e poi nello stesso partito».

Dicono che tu sei il contrario del veltroniano “ma anche”…
«Sbagliato. La vita è tutta fatta di “ma anche”. Non esiste il tutto bianco o tutto nero».

Allora aveva ragione Giancarlo Perna a chiamarti, sul Giornale, “ghiaccio bollente”. Citava il caso Welby. Dicevi: “Capisco, ma l’eutanasia no”.
«Voglio vedere chi riesce a non ragionare col “ma anche” su temi così delicati».

Sui gay dicevi: “Bisogna riconoscere che la coppia di fatto ha dei diritti ma anche che la famiglia è un’altra cosa”.
«Non è “ma anche”. E’ buon senso».

Cossiga dice: Franceschini non è “ma anche”. E’“sì però”.
«Il “sì però” è una variante post-democristiana».

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Ivan Scalfarotto - (letta 9,449 volte)

Crisi di leadership, di idee, di rappresentanza, di voti. C’è stato un momento più drammatico di questo per gli eredi del Pci? Probabilmente no, visto che oggi sono guidati da un democristiano. E che il democristiano, Dario Franceschini, al momento sembra il più a sinistra di tutti. Allora largo ai giovani, almeno a parole, come succede tutte le volte che non si sa a che santo votarsi. E così ecco l’exploit di Debora Serracchiani col suo discorso all’assemblea dei circoli del Pd che entusiasma i dirigenti locali, il popolo di Facebook, la base del partito, perfino, sembra, qualche leader che riconosce in lei la purezza e l’entusiasmo dei giovani, dimenticando che Debora ha 38 anni e fa l’avvocato ad Udine. Ivan Scalfarotto, 43 anni, lo sconosciuto outsider che osò sfidare Prodi, Bertinotti, Di Pietro e Mastella alle primarie del 2005, ottenendo lo 0,6% dei voti, dopo sette anni a Londra e a Mosca, è tornato in Italia, a Milano, per dedicarsi totalmente alla politica. Che impressione gli ha fatto Debora?

«Bravissima. Con freschezza e candore ha detto al re che è nudo. E gli ha chiesto come mai questo partito continui a innervosire e ad allontanare i propri elettori».

Ma allora non è vero che non c’è una classe dirigente nuova.

«C’è. Ed è di eccellente qualità».

E quindi?

«Quindi l’attuale classe dirigente, al termine di un ciclo che l’ha vista sconfitta, deve lasciar spazio a tutte le Debore e a tutti i Debori che pullulano nel Pd».

I famosi gggiovani.

«Non giovani. Contemporanei».

Veltroni…

«Walter mi è sempre piaciuto moltissimo. Era il mio ideale di politico, e ancora oggi penso che il discorso del Lingotto sia una stella polare per la politica italiana».

Che cosa è successo allora?

«Ha speso più tempo e più attenzioni per mediare con il resto della dirigenza invece che costruire sul suo incredibile seguito popolare e sulle speranze che aveva suscitato. Era il migliore e il più moderno. Se ha fallito lui, penso che si possa tranquillamente passare ad un nuovo gruppo dirigente».

Franceschini…

«Sono stato molto critico con i metodi che hanno portato all’elezione di Franceschini. Con piacere però registro che il partito dà finalmente visibili segni di vitalità. La cosa è confermata anche dall’elegante passo politico compiuto la settimana scorsa dall’onorevole Pierluigi Mantini, che ha dichiarato: “Con la gestione Franceschini sta emergendo una deriva sinistrorsa”. Ed è passato armi e bagagli all’Udc».

E’ vero che sei montessoriano? Non credevo ne esistessero più.

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