Antonio Di Pietro - (letta 4.032 volte)

Tonino, ti ricordi la prima volta che hai fatto l’amore? “Sinceramente no”. Come sarebbe a dire? Non è possibile. Sei reticente. “A un ragazzino non capita, da un giorno all’altro, di fare l’amore”. E che cosa capita? “Capita un’attività in progress”. Antonio Di Pietro, il giudice più famoso d’Italia, il campione di Mani Pulite, oggi politico per l’Italia dei Valori, nicchia. Come se il primo rapporto sessuale non fosse un evento indimenticabile della propria giovinezza. L’uomo che ha fatto confessare mezza Italia non vuole confessare.

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Antonio Di Pietro - (letta 3.279 volte)

Mani Pulite, Tangentopoli, abbiamo già cominciato a commemorare gli anniversari. Fra un po’ dimenticheremo tutto. Oppure racconteremo ai nostri nipotini: "C’era una volta Mario Chiesa, il mariuolo?" Antonio Di Pietro la chiama "la fiaba sporca", una favola in cui "ci sono tanti uomini cattivi che si sono appropriati delle istituzioni per farsi gli affari propri". Antonio Di Pietro, non più giudice, non più uomo della provvidenza, ma solo leader del movimento L’Italia dei valori, gira la penisola raccontando la fiaba sporca. Oggi è a Lavarone.

Di Pietro, che cosa è cambiato? Perché c’è questa impressione di sconfitta?

"Mani Pulite è stata una potente inchiesta giudiziaria ideata dalla magistratura milanese con tecniche innovative dal punto di vista processuale e investigative per combattere la mala pianta. Come tutte le tecniche investigative ha sortito buon effetto all’inizio per l’effetto sorpresa. Poi è diventata un simbolo e occasione di emulazione. E l’emulazione è una ciambella che non sempre riesce col buco. Produce anche danni di immagine e di credibilità".

Chi emulava?

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Antonio Di Pietro - (letta 4.737 volte)

È stato per un paio di anni l’uomo più popolare d’Italia. Se ci fossero state elezioni presidenziali a suffragio diretto, avrebbe vinto alla grande. Sui muri di tutta Italia comparivano le scritte: «Forza Di Pietro» e il popolo dei fax inondava le redazioni con messaggi di sostegno. I giornali facevano il tifo per lui. I salotti se lo contendevano. Le televisioni mandavano in diretta i suoi processi e lui diciamolo gigioneggiava. Per la stragrande maggioranza degli italiani era diventato il simbolo di onestà e di moralizzazione. Gli perdonavano anche un italiano imperfetto, una difficoltà ad andare d’accordo con i congiuntivi e modi di dire poco raffinati come «Che ci azzecca» che diventavano in breve un tormentone simpatico e alla moda. Sono bastati pochi anni, meno di dieci, per far scendere Antonio Di Pietro dal piedistallo. Gli adulatori sono scomparsi, le scritte sui muri anche. E alle ultime elezioni non ha nemmeno ottenuto il quorum. È una storia emblematica per capire come funzionano i meccanismi volubili dell’adulazione?

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